Il dopoguerra in Italia – Informazioni sul dopoguerra in Italia

La Grande guerra, aveva lasciato pesanti conseguenze anche in Italia. Lo Stato aveva contratto debiti enormi per le spese militari e l’inflazione era elevatissima: i prezzi quintuplicarono.

I contadini reclamavano la terra loro promessa in tempo di guerra. Soprattutto nel Centro-Sud avvennero occupazioni di latifondi.

La classe operaia con una serie di scioperi tentò di recuperare il potere d’acquisto dei salari, che era notevolmente diminuito a causa dell’aumento dei prezzi, e di acquisire maggiore potere di decisione nelle fabbriche.

I ceti medi avevano perso gran parte dei loro risparmi a causa dell’inflazione.

Tra le principali conseguenze della Grande guerra si considerano anche quelle politiche; da un lato si affermarono i grandi movimenti di massa (socialisti e cattolici) e dall’altro gli stessi ceti imprenditoriali talora preferirono affidarsi, anziché ai liberali, ai più energici movimenti nazionalisti e di estrema Destra. Incerta sulla linea da seguire, la classe dirigente liberale pensò di usare il più potente di tali movimenti il fascismo di Mussolini, come un mezzo per frenare i partiti di massa e soprattutto i socialisti. Era un’illusione: i liberali avrebbero perso non solo l’egemonia, ma sarebbero stati travolti dall’affermazione del fascismo.

Nel gennaio del 1913 fu fondato dal don Luigi Sturzo il Partito popolare italiano che proponeva un programma ispirato ai principi della democrazia e del cattolicesimo.

Parallelamente si ebbe una crescita impetuosa del Partito socialista italiano e degli iscritti al sindacato della CGL.

Al loro interno, prevalse il gruppo rivoluzionario, che era allora definito massimalista. Sorse nel PSI un gruppo di estrema Sinistra che faceva capo ad Amedeo Bordiga e ad Antonio Gramsci.

Nell’estate del 1919 nel nostro Paese scoppiarono foti agitazione operaie contro i l carovita. Gli scioperi dilagarono a macchia d’olio.

La situazione era dunque difficile per i governi liberali e nel 1920 venne richiamato alla carica di primo ministro Giolitti, che però non riuscì a frenare le lotte operaie.

Tuttavia un altro problema sempre più pressante: quello del potere in fabbrica.

Di fronte all’agitazione degli operai, la risposta padronale fu la serrata delle fabbriche. A loro volta, all’inizio di settembre del 1920, i lavoratori occuparono le fabbriche.

Apparentemente la classe operaia usciva vittoriosa dallo scontro, ma in realtà era battuta proprio sulla questione che era stata al centro delle lotte: veniva infatti chiaramente ribadito che, in fabbrica, il potere spettava agli industriali.

La sconfitta del movimento operaio in questa lunga azione di lotta portò a una divisione tra i socialisti: i gruppi di Gramsci e Bordiga si staccarono dal PSI per fondare il Partito comunista.