Il dopoguerra in Europa – Informazioni sul dopoguerra in Europa

La crisi dell’Europa nel dopoguerra

La Prima guerra mondiale provocò direttamente oltre otto milioni di morti. A questi bisogna aggiungere almeno un milione di vittime della denutrizione e delle malattie da essa provocate e circa tre milioni di morti causati dalla Guerra civile in Russia.

Inoltre nella maggior parte dei casi le vittime erano soldati, generalmente in giovane età, per cui dopo la guerra moltissime donne rimasero sole con la conseguenza di un calo della natalità.

Occorre poi sommare a tutto ciò anche l’alta percentuale di mortalità causata dalle difficili condizioni igieniche presenti in Europa durante il conflitto.

A completare questa strage di vite umane si aggiunse, infine, tra il 1918 e il 1919 una violentissima epidemia di influenza, nota come la spagnola, che provocò oltre 21 milioni di morti, distribuiti in tutti i continenti. In passato alcune epidemie avevano provocato un numero di vittime anche maggiore ma mai nessuna aveva avuto una tale diffusione mondiale.

Le perdite, pur gravissime, furono però recuperate in breve tempo. Infatti, superata la momentanea cisi, la mortalità tornò a scendere, mentre la natalità continuò a salire in tutto il mondo a ritmi molto elevati, tranne che nell’Europa centro-occidentale. Così, dal punto di vista globale, la popolazione mondiale subì solo un leggero e temporaneo rallentamento nella sua crescita.

Diversa era la situazione nei Paesi industrializzati, in particolare dell’Europa centro-occidentale. Qui al calo della mortalità sempre più si accompagnò un calo della natalità, tanto che la popolazione cominciò a stabilizzarsi o addirittura a diminuire.

Se la crisi demografica si risolse presto, al contrario la crisi economica e sociale provocata dalla Grande guerra, ebbe effetti di assai più lunga durata.

La rete dei trasporti e i macchinari delle aziende erano spesso gravemente danneggiati; inoltre le aziende erano state convertite in tutti i casi possibili alla produzione di armi e strumenti bellici. Pertanto c’era la necessità di riconvertire le industrie a una produzione di pace.

Le nazioni europee coinvolte nella guerra avevano sostenuto spese fortissime per le operazioni militari e ora erano indebitate in modo pesante soprattutto con gli Stati Uniti, i quali, poiché la guerra era stata combattuta in Europa, avevano potuto mantenere intatte le loro industrie, anzi in quasi ogni settore le avevano potenziate.

Per i Paesi sconfitti s’aggiungevano poi altri problemi, l’Austria era stata ridotta a uno Stato minuscolo con un’enorme capitale, mentre la Germania oltre a restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia a caderle per 15 anni lo sfruttamento delle miniere della Saar, dovette rinunciare alle colonie e pagare una cifra enorme ai Paesi vittoriosi, come risarcimento per i danni di guerra.

Anche l’agricoltura aveva subito gravi danni, tanto che la produzione dei cereali nell’Europa centro-occidentale negli anni 1920-1932 si ridusse del 25-30% rispetto a quella degli anni 1909-1913.

Il forte indebitamento degli Stati europei nei confronti degli Stati Uniti e la vistosa crescita economica di questi ultimi, che li rese la prima potenza industriale del mondo, portarono gli Stati Uniti stessi a diventare anche la prima forza in campo politico-militare. L’egemonia mondiale dell’Europa con la Grande guerra si avviò al tramonto.

In realtà gli Stati Uniti non mostrarono interesse a sostituire gli Europei nel ruolo di nazione guida. Tuttavia non c’erano dubbi che gli Stati Uniti fossero ormai la prima potenza mondiale.

La guerra aveva coinvolto direttamente decine di milioni di uomini e donne, che avevano preso coscienza di poter contare qualcosa anche nella politica e nella società. Ne derivò una forte crescita, dei sindacati e dei partiti di massa.

I patiti del movimento operaio quasi ovunque si divisero tra socialisti e comunisti.

Sul fronte opposto si rafforzarono movimenti e partiti nazionalisti o comunque d estrema Destra.

Dalle masse contadine e in parte anche dai ceti medi proveniva poi la maggioranza dei sostenitori dei partiti cattolici.