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    Il dopoguerra in Italia – Informazioni sul dopoguerra in Italia

    Il ritorno della pace dopo la Seconda guerra mondiale aveva sollevato gli animi di gran parte della popolazione dalle pesanti angosce generate dal conflitto: la paura di morire sotto un bombardamento aereo, il timore di cadere in un rastrellamento operato dai nemici, l’ansia per la sorte dei familiari combattenti o prigionieri. Finalmente, cessati i divieti imposti dal fascismo e dalle necessità belliche, si poteva circolare liberamente per le strade, raggrupparsi per discutere nei caffè e nelle piazze, organizzare feste pubbliche e private.

    La riconquistata libertà fu quindi festeggiata a lungo nell’estate nel 1945, anche se in forme per lo più semplici, adatte alle ristrettezze economiche e alle usanze del tempo: la gente acclamava esultante le sfilate di partigiani e di ex combattenti, seguiva le processioni allestite come ringraziamento ai santi protettori, girava allegramente fra giostre e baracconi dei parchi di divertimento e soprattutto ballava ovunque al ritmo di vecchie canzoni popolari e della nuova musica americana.

    L’Italia di allora però un Paese povero e arretrato, devastato dalle distruzioni: quindi, nonostante le manifestazioni di gioia per la conclusione degli eenti bellici, il ritorno alla vita normale fu abbastanza lento, e per qualche anno, molti italiani dovettero adattarsi a vivere in condizioni assai precarie, talvolta ai limiti di sussistenza.

    Gravissimo era il problema della casa. Chi aveva avuto la propria abitazione distrutta o fortemente danneggiata, in attesa delle ricostruzioni aveva dovuto accontentarsi di sistemazioni provvisorie presso scuole, caserme, chiese, sconsacrate, perfino vagoni ferroviari, messi a disposizione dallo Stato. Soprattutto in città, la popolazione si addensava anche in scantinati, soffitte, case semidistrutte, oppure in baracche, costruite con materiali recuperati tra le macerie. Chi, più fortunato, abitava in un appartamento non lesionato, doveva ospitare i senzatetto, adattandosi a vivere con estranei e in spazi ridotti.

    Un altro enorme problema era quello dell’alimentazione, particolarmente presente nelle grandi città. Il latte, il pane, la farina, lo zucchero e altri generi di prima necessità scarseggiavano ed erano ancora distribuiti con la tessera. Fioriva così la borsa nera, anche più che nel periodo bellico: provenienti dalle campagne e dai magazzini degli eserciti alleati, i prodotti ricercati, quali olio, burro, carne fresca e in scatola, zucchero, caffè, cioccolato, erano comerciati illegalmente e a prezzi irraggiungibili per molte persone.

    Alla borsa nera, oltre ai generi alimentari, si trovavano merci di vario tipo: pezzo di ferramenta, pneumatici, sigarette, libri, dischi, mobili, calzature, coperte e stoffe militari, abiti usati.

    L’indipendenza dell’Africa – Informazioni sull’indipendenza dell’Africa

    I movimenti di liberazione dell’area nord-occidentale furono tra i primi a entrare in azione nel continente africano, ma subirono la dura repressione francese. Tuttavia il Marocco e la Tunisia nel 1956 ottennero l’indipendenza, anche perché la loro liberazione avvenne sotto la guida di forze politiche filo-occidentali che assicuravano buoni rapporti con l’ex madrepatria.

    Molto più drammatica fu la lotta di liberazione del’Algeria, dove la presenza di oltre un milione di coloni francesi rendeva problematica l’indipendenza. Fin dalla seconda metà degli anni ’50 il conflitto tra le parti divenne assai cruento, tanto da causare una crisi politica nella stessa Francia. Il nuovo presidente, Charles De Gaulle, si rese conto che la repressione della rivolta comportava gravi perdite umane ed economiche: pertanto avviò negoziati con gli insorti e nel 1962 fu così proclamata l’indipendenza dell’Algeria.

    La maggior parte delle colonie presenti nell’Africa nera si liberò dal dominio europee in forma pacifica, m, dove esistevano grandi interessi economici o una forte presenza bianca, il proceso di liberazione fu più lento e sanguinoso. E’, ad esempio, il caso del Kenya che raggiunse l’indipendenza nel 1963, dopo un’aspra lotta contro gli Inglesi. Nella Rhodesia del Sud fu la minoranza bianca che, essendo abbastanza numerosa e avendo tutto il potere economico nelle proprie mani, proclamò nel 1965 l’indipendenza dall’Inghilterra. I bianchi instaurarono un rigido sistema di apartgheid secondo l’esempio già presente in sud Africa. Nel 1989 il governo bianco fu però rovesciato dagli Indigeni che ridiedero al Paese il suo antico nome: Zimbabwe.

    Divenuti politicamente indipendenti, gli Stati africano continuarono però spesso a subire il dominio economico dei Paesi industrializzati.

    Nelle ex colonie africane, come in generale nel resto del Terzo Mondo, l’Europa e il Nord America da un lato continuarono ad acquistare a prezzi molto bassi materie prime e alcuni prodotti industriali per i quali erano necessari macchinari poco complessi e molta manodopera che nelle aree sottosviluppate era pagata pochissimo. Dall’altro lato i Paesi occidentali fornivano a quelli del Terzo Mondo gli avanzi della propria produzione industriale e concedevano prestiti a interessi elevati.

    Con la caduta del comunismo nell’Europa orientale, e quindi con il venir meno dei tentativi dei due blocchi di allargare la propria area di influenza, sembrò che i Paesi africani potessero godere di maggiore autonomia, sia politica sia economica.

    In effetti alcuni di essi, alla fine degli anni ’80, si sono avviati verso un’organizzazione dello Stato almeno parzialmente democratica. In molti casi tuttavia la maggiore autonomia ha fatto riemergere antichi conflitti tribali, spesso determinati dalle stesse spartizioni territoriali dell’Africa al tempo della colonizzazione. Molti gruppi etnici rivali, appartenenti precedentemente a Paesi diversi, erano stati infatti inseriti entro gli stessi confini e costretti a una convivenza forzata sotto il dominio coloniale. Negli ultimi dieci anni, pertanto, molti Paesi africani sono stati sconvolti da violentissime guerre civili che hanno causato milioni di morti e migrazioni di interi popoli.

    L’indipendenza dell’India – Informazioni sull’indipendenza dell’India

    Nel processo di liberazione dei domini coloniali inglesi, un caso a parte e drammatico ha rappresentato dall’India.

    Da un lato, infatti, in India si era costituito un movimento di liberazione nazionale molto forte che non intendeva mantenere rapporti di sottomissione, nemmeno di tipo indiretto, alla Gran Bretagna: dall’altro il desiderio di conservare in ogni modo il controllo su quella che era considerata la perla dell’impero indusse gli Inglesi a procedere alternando limitate concessioni a dure repressioni.

    Proprio questa politica finì però per scavare un solco incolmabile tra gli Inglesi e il movimento nazionale indiano, che dopo la Prima guerra mondiale trovò un leader prestigioso in Mohandas Karamchand Gandhi detto il Mahatma. Egli propagandò e mise in atto forme di lotta basate sulla non-violenza sulla disobbedienza civile, sulla non collaborazione con i colonizzatori.

    Durante la seconda guerra mondiale le continue manifestazioni del movimento nazionalista costrinsero gli Inglesi a promettere al’India la concessione dell’Indipendenza a cui effettivamente si aggiunse nel 1947. Ma, mentre Grandhi si era buttato per uno Stato unitario nel quale convivessero i due maggiori gruppi religiosi dell’India, gli indù e i musulmani, questi ultimi ottennero, attraverso violenti tumulti, la nascita di due Paesi separati: l’Unione Indiana, a maggioranza indù e il Pakistan musulmano, geograficamente diverso in due aree poste a est e a ovest della penisola.

    Nonostante la creazione dei due Stati gli scontri fra le due comunità si inasprirono ulteriormente e provocarono una prima guerra tra India e Pakistan nel 1948 e una seconda nel 1965. Di questo clima di violenza foce le spese lo stesso Gandhi, ucciso nel 1948 da un estremista indù perché giudicato troppo arrendevole nei confronti dei musulmani. Nel 1971 infine, appoggiata dall’India, la parte orientale del Pakistan attirò una sanguinosa secessione che si concluse con la nascita dello Stato del Bangladash.

    La fine dell’Unione Sovietica – Informazioni sulla fine dell’Unione Sovietica

    Il crollo dei regimi comunisti negli ex Paesi satelliti determinò presto clamorese conseguenze pure in URSS, anche perché il programma di Gorbaciov non diede gli effetti sperati.

    La parestrojka infatti, da un lato, fu condotta in modo incerto su quali scelte economiche dovessero essee lasciate alla libera iniziativa privata e quali continuare a essere in mano allo Stato: dall’altro, essa incontrò forti resistenze da parte di molti esponenti di spicco del Partito comunista, della burocrazia e dell’esercito, che vedevano diminuire il loro potere. Le conseguenze furono che la crisi economica si aggravò; i prezzi salirono e alcune merci diventarono sempre più scarse, tanto da essere razionate, mentre cominciò a diffondersi il fenomeno della disoccupazione. Crebbe pertanto il malcontento popolare e la gente perse ogni fiducia nella parestrojka.

    Le rivoluzioni del 1989 – Quali sono le rivoluzioni del 1989

    Il programma di Gorbaciov suscitò in brevissimo tempo una serie di reazioni a catena che superarono non solo le intenzioni del leader sovietico, ma anche le previsioni e le aspettative del mondo occidentale.

    La prima clamorosa conseguenza si ebbe, fuori dall’URSS, negli altri Paesi socialisti, membri del Patto di Varsavia, dove la protesta antisovietica esplose e non incontrando praticamente resistenza, travolse nell’arco di un anno, il  1989, tutti i regimi comunisti.

    Questa decisione provò la fuga di migliaia di abitanti della Germania orientale, che giunsero in Occidente attraverso l’Ungheria. Le autorità della Repubblica democratica tedesca cercarono di contrastare questa fuga, ma il loro tentativo fu vano, così come la loro opposizione alle crescenti manifestazioni popolari che chiedevano riforme. Il 9 Novembre del 1989 dopo un’imponente serie di dimostrazioni, i Berlinesi presero d’assalto il muro che divideva la città, abbattendolo. Il giorno successivo le autorità comuniste furono costrette a concedere le prime libere elezioni del dopoguerra.

    Ma la caduta del muro di Berlino pose immediatamente un altro problema: quello della riunificazione dell’intera Germania. Infatti alle libere elezioni svoltesi nella Germania orientale trionfarono i partiti favorevoli all’unificazione. Questa venne sancita ufficialmente il 3 Ottobre 1990 dal cancelliere della Repubblica federale, e Helmut Kohl, con il consenso della Comunità europea, degli Stati Uniti e dell’URSS.

    L’Unione europea – Cos’è l’Unione europea

    Dopo il ritiro di De Gaulle dalla scena politica, il processo di integrazione europea riprese slancio, anche per i buoni risultati economici ottenuti nel primo decennio: in particolare, all’interno del MEC, ci fu una forte crescita degli scambi commerciali. Molti Paesi chiesero pertanto di entrare nella Comunità europea: nel 1973 venne accolta la richiesta di adesione dellla Gran Bretagna, dell’Irlanda e della Danimarca. Successivamente la CEE si allargò alla Grecia, alla Spagna e al Portogallo, all’Austria, alla Svezia e alla Finlandia.

    Rimaneva tuttavia il problema degli organismi di potere, cioè di chi prendeva le decisioni nella CEE: anzi, con il progressivo allargamento della Comunità, la questione si complicava.

    Dal 1974 divenne consuetudine riunire regolarmente almeno due volte l’anno, oltre al Consiglio ei ministri dei diversi settori, il Consiglio europeo, costituito dai capi di governo dei vari Stati e dal presidente della Commissione. Al Consiglio europeo spettavano le decisioni fondamentali si trattava certamente di un rafforzamento dei poteri delle istituzioni nazionali, ma esso diventava anche un punto di riferimento stabile e preciso per la Commissione, la quale doveva dar attuazione alle decisioni del Consiglio.

    Inoltre il potere dei governi nazionali venne parzialmente bilanciato dalla nascita di un Parlamento europeo eletto a suffragio universale che sostituiva l’Assemblea eletta dai Parlamenti nazionali.

    Il risultato fu che nel Febbraio del 1986 il Consiglio europeo firmò l’Atto unico, così definito perché comprendeva in un unico testo elementi diversi.

    In primo luogo esso indicava le norme che entro una precisa data avrebbero dovuto dar vita a un reale mercato unico, basato su quattro fondamentali libertà di circolazione delle persone, delle merci, dei servizi e dei capitali.

    L’importanza di una simile decisione è evidente. Si sarebbe infatti craeto un immenso mercato unico di circa 320 milioni di consumatori che avrebbe permesso all’Europa di tornare a collocarsi tra le grandi potenze economiche mondiali e di resistere alla loro fotissima concorrenza.

    In secondo luogo l’Atto unico conteneva alcuni organi di governo della CEE. Esso non accoglievano le richieste dei federalisti, ma rappresentavano comunque un piccolo passo avanti nella direzione da essi indicata.

    Sebbene con difficoltà il mercato unico venne in buona parte realizzato nei sette anni previsti. A questo punto, per procedere nell’integrazione economica diventava necessario che gli Stati europei trovassero un accordo sul problema della moneta unica.

    I prita unica erano stati fatti fin dal 1972 con la creazione del cosiddetto serpente monetario, un siste,ma per limitare le variazioni di valore tra le monete. A causa soprattutto della crisi che investì l’economia mondiale nel 1973, i risultati ottenuti furono però piuttosto scarsi.

    L’idea di ridurre al minimo gli sbalzi tra i cambi venne ripresa nel 1979 con la creazione del Sistema monetario europeo che fissava i precisi limiti di oscillazione delle singole monete rispetto all’ECU.

    Se le decisioni sulla moneta unica furono sicuramente le più importanti del Trattato di Maastricht,questo conteneva tuttavia anche altre novità rilevanti. Innanzi tutto la Comunità economica europea veniva inserita in una struttura più ampia, definita Unione europea UE.

    In termini pratici il passaggio non determinò grandi trasformazioni, ma aveva un preciso significato: le questioni economiche continuavano a essere certamente predominanti, però non erano più le sole su cui i Paesi della UE si impegnavano nel processo di unione. Al cosiddetto primo pilastro se ne affiancavano infatti altri due: il secondo riguardante la politica estera e la difesa, il terzo relativo alla cooperazione giudiziaria e di polizia, con particolare riferimento al controllo dell’immigrazione dai Paesi extracomunitari.

    Gli impegni presi in tali settori erano assai minori rispetto a quelli assunti in materia economica e probabilmente non risultavano del tutto adeguati di fronte, da un lato, alla crescente immigrazione extracomunitaria, dall’altro, alle straordinarie novità che si erano determinate in Europa negli anni 1989-1991 con la caduta del comunismo nei Paesi dell’Est.

    La comunità economica europea – Cos’è la comunità economica europea

    Se il consiglio d’Europa ebbe un significato prevalentemente simbolico, nell’Aprile del 1951 sei Paesi europei sottoscrissero invece un accordo apparentemente assai più limitato, ma con un immediato valore pratico. Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda diedero infatti vita alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio, un organismo sovranazonale per il controllo della produzione e dei prezzi di queste due merci. Era chiaramente un’applicazione della formula funzionalista: stabilire una politica comune fra più Stati su settori singoli e delimitati.

    Se la CECA rappresentava dunque una prima forma di reale integrazione europea, essa però nasceva anche in base a scelte legate alla tradizionale politica degli Stati nazionali: per esempio la volontà francese di controllare la ripresa economica tedesca in due ambiti di fondamentale importanza, come il carbone e l’acciaio.

    Lo provano anche i due livelli di autorità a cui spettavano le decisioni: uno nazionale e uno sovranazionale, realmente comunitario. C’è da notare che questa forma mista di gestione del potere si sarebbe poi ripetuta in tutti i successivi sviluppi dell’integrazione europea.

    La guerra fredda – Cos’è la guerra fredda

    Oltre a provocare decine di milioni di moti e terrificanti distruzioni, la seconda guerra mondiale determinò anche conseguenze politiche ed economiche. I regimi nazifascisti furono abbattuti.

    Tra le nazioni vincitrici, la Francia e la Gran Bretagna persero progressivamente i loro imperi coloniali e cedettero il ruolo di grandi potenze a Stati Uniti e Unione Sovietica.

    Le due nuove superpotenze presentavano una serie di caratteristiche comuni:

    erano estese come continenti e comprendevano al loro interno popoli diversi;

    possedevano immense risorse naturali e una vasta organizzazione industriale;

    miravano a una politica imperialistica.

    Esse però erano fondate su sistemi sociali, politica ed economici differenti.

    Capitalismo, democrazia, ampie libertà ma anche forti disuguaglianze sociali erano le caratteristiche degli Stati Uniti.

    Socialismo, dittatura del Partito comunista, negazione delle libertà, scarso benessere, caratteristiche dell’Unione Sovietica.

    Inoltre gli Stati Uniti avevano un netto vantaggio industriale e militare.

    Infine solo gli Stati Uniti possedevano la micidiale bomba atomica; l’URSS costruì la prima nel 1949.

    Al termine della Seconda guerra mondiale il mondo era dunque dominato da due superpotenze, che si apprestavano a spartirselo in due zone d’influenza.

    L’Organizzazione delle nazioni unite ONU, un nuovo organismo internazionale creato nella Conferenza di San Francisco.

    L’obiettivo dei cinquanta Stati che parteciparono alla Conferenza era salvare le generazioni future dal flagello della guerra.

    Ma il funzionamento del nuovo organismo fu largamente influenzato e spesso impedito dalle scelte politiche delle due superpotenze.

    Il Consiglio di sicurezza è composto inizialmente da undici membri, di cui cinque permanenti e sei eletti a turno fra tutti gli altri Stati. Solo in seguito all’ampliamento dell’ONU, i membri del Consiglio di sicurezza furono portati a quindici. Ciascuno dei membri permanenti godeva del diritto di veto, con il quale poteva bloccare ogni decisione. In pratica ciò significava che erano approvate solo le risoluzioni su cui ci fosse accordo tra le due superpotenze.

    Il nuovo presidente degli Stati Uniti Truman assunse nei confronti dei Russi un atteggiamento molto più rigido rispetto a quello tenuto da Roosevelt.

    Truman pensava che occorresse frenare a ogni costo l’espansione sovietica.

    Già alla Conferenza di Potsdam dove si riunirono i rappresentanti di Stati Uniti, URSS e Gran Bretagna i contrasti emersero chiaramente.

    La Germania continuò a essere divisa in quattro zone di occupazione, così come Berlino. Restò a sua volta divisa in quattro parti: l’area occidentale delle città andò ad Americani, Francesi e Inglesi, Berlino est ai Sovietici.

    L’Italia perse alcuni territori sulle Alpi occidentali, l’Istria, le isole greche e le colonie.

    Al centro della guerra fredda fu tuttavia la Germania. Fin dal 1947, gli Alleati unirono le loro zone di occupazione, in previsione della ricostituzione di uno Stato tedesco. Stalin rispose blccando, nel Giugno 1948, le vie d’accesso a Berlino e impedendo i rifornimenti alla parte occidentale della città. Gli Stati Uniti organizzarono allora un gigantesco ponte aereo in grado di rifornire Berlino ovest.

    Nel 1945 la situazione economica in Italia era gravissima. I rifornimenti alimentari mancavano poiché la produzione agricola si era ridotta del 60% rispetto al 1938 e il sistema di trasporti era stato in gran parte distrutto. Per trovare cibo in quantità accettabile occorreva ricorrere alla borsa nera, dove però i prezzi erano spesso troppo alti per i comuni lavoratori, i cui salari reali erano la metà di quelli del 1939.

    I bombardamenti avevano inoltre reso inabitabili circa un milione di alloggi perciò molte persone erano state costrette a trasferirsi presso parenti o a cercare rifugio negli edifici pubblici.

    Il pesante disagio diede slancio alle lotte sociali, soprattutto al Nord, dove parecchi che avevano partecipato alla guerra partigiana, pensavano di poterla proseguire e trasformare in azione rivoluzionaria per la creazione di una società socialista. Ma furono gli stessi leader della Sinistra a frenare questo progetto facendo deporre le armi ai partigiani.

    Il malcontento di molti che avevano partecipato alla Resistenza fu inoltre aggravata dal modo in cui venne affrontato il problema dell’epurazione, cioè dell’allontanamento da ruoli di potere e dall’amministrazione pubblica di quanti avevano condiviso in prima persona la responsabilità del regime fascista. Infatti quest’operazione fu condotta in modo ambiguo e si limitò a individuare chi aveva avuto ruoli di piccola responsabilità, senza toccare chi aveva avuto responsabilità ben maggiori.

    Questa forma assai limitata di epurazione fu voluta in particolare dalla Democrazia cristiana e dai liberali, ma venne in sostanza condivisa dai maggiori partiti della Sinistra. Questi ultimi non ritennero opportuno giungere a una rottura dei rapporti con i partiti moderati e rischiare di essere esclusi dal governo che doveva preparare le prime consultazioni democratiche dopo vent’anni di dittatura.

    Così il passaggio dallo Stato fascista a quello democratico avvenne senza reale rinnovamento negli incarichi importanti dell’amministrazione pubblica.

    Le esecuzioni sommarie dei fascisti in Emilia ebbero talvolta l’appoggio dei dirigenti comunisti locali, ma furono duramente contrastate dai vertici nazionali del PCI.

    Abbandonati sia il programma rivoluzionario sia quello di una vasta epurazione, i partiti di Sinistra e il sindacato s’impegnarono invece fortemente per ottenere riforme a favore dei lavori. Tra i risultati raggiunti particolare importanza ebbero il riconoscimento delle commissioni interne, che rappresentavano il sindacato all’interno delle aziende e l’introduzione della cosiddetta scala mobile.

    I governi che si costituirono in Italia nel dopoguerra furono da principio formati da tutte le forze politiche che avevano fatto parte del Comitato di liberazione nazionale.

    Dopo un breve governo presieduto da Ferruccio Parri, leader del Partito d’azione, nel 1945 divenne primo ministro il democristiano Alcide De Gasperi.

    Socialisti e comunisti da principio non si opposero a questa svolta conservatrice, perché speravano in una prossima vittoria elettorale che permettesse loro di formare un governo della Sinistra e di attuare così riforme radicali.

    Per il 2 Giugno 1946 venne fissata una doppia votazione, ovvero il referendum per decidere se mantenere la monarchia o trasformare l’Italia in repubblica e l’Assemblea costituente, cioè di un Parlamento con il compito di dare alla democrazia italiana una nuova Costituzione.

    La seconda conseguenza fu l’esclusione dei socialisti e dei comunisti dal governo, che rimase così nelle mani dei soli democristiani, appoggiati da alcuni esponenti dei partiti minori del Centro e della Destra. Questa decisione di De Gasperi fu fortemente sollecitata dagli Stati Uniti, che probabilmente erano anche intervenuti per favorire la spaccatura del Partito socialista. Il pesante intervento degli Stati Uniti nella politica interna italiana era il prezzo che l’Italia doveva pagare per ricevere gli aiuti del piano Marshall.

    La guerra lampo – Cos’è la guerra lampo

    Contro la Polonia la Germania utilizzò la cosiddetta guerra-lampo, ovvero una tattica militare di movimenti costituita da rapide avanzate e resa possibile dall’uso massiccio del bombardamento aereo e dei mezzi corazzati.

    La resistenza della Polonia durò poche settimane: a fine settembre lo Stato polacco non esisteva più, sparito tra Germania e URSS, secondo l’accordo Molotov-Ribbentrop.

    L’attacco alla Francia ebbe inizio il 10 Maggio 1940. La Francia venne in gran parte sottoposta al diretto comando tedesco, venne affidata a un governo fantoccio con sede a Vichy e presieduto dal maresciallo Pètain, che collaborava apertamente con i nazisti.

    A Londra si formò invece un governo francese in esilio con a capo il generale Charles De Gaulle.

    La seconda guerra mondiale – Informazioni sulla seconda guerra mondiale

    La causa principale dello scoppio della Seconda guerra mondiale fu sicuramente la politica imperialistica della Germania e in particolare l’invasione della Polonia.

    L’aggressione contro la Polonia rappresentò la goccia che fece traboccare il vaso: il 3 Settembre 1939 Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania.

    I trattati di pace che avevano chiuso la prima guerra mondiale avevano suscitato parecchie insoddisfazioni nei Paesi vinti. Gli Stati sconfitti erano stati duramente puniti. La prima guerra mondiale fu così una causa remota, ma importante, nella seconda.

    Inoltre la grande crisi economica della fine degli anni ’20 aveva messo in evidenza che gli effetti di una crisi capitalistica erano assai minori nelle nazioni che potevano contare su un impero.

    Ciò spinse le nazioni prive di colonie o dotate di limitati possedimenti a una decisa politica espansionistica. Ma la ripresa dell’imperialismo poteva condurre solamente a una nuova guerra.

    Tra le potenze più aggressive si distinse il Giappone. Puntò in misura crescente ad allargare i suoi possedimenti in Cina. Nel 1931 invase la regione della Manciuria e nel 1937 si impadronì di gran parte dell’area orientale della Cina, dove si trovavano le regioni più ricche.

    Pochi giorni prima dell’invasione tedesca della Polonia successe un fatto del tutto inatteso: con il cosiddetto Patto Molotov-Ribbentrop Unione Sovietica e Germania, firmarono un accordo di reciproca non aggressione.

    L’accordo con Hitler prevedeva la spartizione della Polonia fra URSS e Germania e la possibilità per l’URSS di occupare la Finlandia e le repubbliche baltiche.

    La seconda guerra mondiale, ebbe un carattere totale e coinvolse pesantemente tutta la popolazione.

    La guerra si trasformò sempre più in uno scontro ideologico tra nazifascismo e antifascismo: le due ideologie errano l’una la negazione dell’altra e furono usati strumenti bellici sempre più micidiali con cui venivano colpiti non solo gli eserciti, ma anche la popolazione civile.

    Contro la Polonia la Germania utilizzò la cosiddetta guerra-lampo, ovvero una tattica militare di movimenti costituita da rapide avanzate e resa possibile dall’uso massiccio del bombardamento aereo e dei mezzi corazzati.

    La resistenza della Polonia durò poche settimane: a fine settembre lo Stato polacco non esisteva più, sparito tra Germania e URSS, secondo l’accordo Molotov-Ribbentrop.

    L’attacco alla Francia ebbe inizio il 10 Maggio 1940. La Francia venne in gran parte sottoposta al diretto comando tedesco, venne affidata a un governo fantoccio con sede a Vichy e presieduto dal maresciallo Pètain, che collaborava apertamente con i nazisti.

    A Londra si formò invece un governo francese in esilio con a capo il generale Charles De Gaulle.

    L’estate del 1940 fu caratterizzata da: l’intervento in guerra dell’Italia e la cosiddetta battaglia d’Inghilterra.

    Mussolini nel Settembre del 1939 aveva proclamato la non belligeranza. Si trattava di prendere tempo, perché il governo fascista sapeva benissimo che l’Italia non era preparata a sostenere un lungo conflitto con grandi potenze.

    Con il crollo della Francia pareva al duce che fosse giunto il momento di avere qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace. Mussolini pensava che la guerra stesse per finire e che, se l’Italia non fosse intervenuta presto, non avrebbe avuto un posto al tavolo delle trattative di pace e sarebbe stata esclusa dalla spartizione della torta. Così il 10 Giugno 1940 egli annunciava trionfalmente a tutti gli Italiani l’entrata in guerra, certo della vittoria ormai prossima.

    In realtà le cose andarono ben diversamente. L’attacco contro la Francia, che rivelò solo l’inefficienza dell’esercito italiano.

    Sia in Africa sia in Grecia l’Italia dovette attendere l’arrivo delle divisioni corazzate tedesche per ottenere dei successi: la Grecia e la Jugoslavia furono costrette alla resa.

    Nell’estate del 1940 Hitler tentò di risolvere a proprio favore anche il conflitto con l’unica nazione che finora gli aveva resistito: l’Inghilterra.

    Dal Luglio del 1940 per alcuni mesi glia ebrei tedeschi bombardarono sistematicamente aeroporti, obiettivi militari, industriali e le stesse città inglesi. Nonostante le gravissime perdite, non si piegarono.

    Il fallimento tedesco ricordata come la battaglia d’Inghilterra, ma soprattutto da quello psicologico, perché la prima volta dall’inizio del conflitto la Germania aveva subito una battuta d’arresto.

    All’inizio dell’estate del 1941 la Germania, cui si affiancò un corpo di spedizione italiano, attaccò l’Unione Sovietica, che si fece cogliere impreparata. Non era stata tanto la rottura del Patto Molotov-Ribbentrop a sorprendere Stalin, quanto il fatto che Hitler avesse deciso l’attacco contro l’URSS prima di ver avuto la meglio sulla Gran Bretagna. Colto di sorpresa e inizialmente ancora disorganizzato, l’esercito russo subì perdite gravissime e non riuscì a fermare l’avanzata nazista. I Tedeschi occuparono gran parte dei territori europei dell’URSS giungendo quasi alle porte di Mosca.

    Ma l’arrivo dell’inverno, costrinse le truppe naziste a frenare l’avanzata e poi addirittura ad arretrare sotto l’incalzare del contrattacco dei Sovietici, meglio attrezzati per combattere in quel clima quasi polare. Dopo la sconfitta nella battaglia d’Inghilterra, a Mosca i Tedeschi subivano così un primo duro colpo anche nella loro offensiva terrestre.

    Nella primavera-estate del 1942 riprese l’offensiva dell’Asse italo-tedesco in Unione Sovietica e il cosiddetto Tripartito raggiunse la sua massima estensione: controllava i 2-3 dell’Europa, tutta l’Asia orientale e le isole del Pacifico.

    In quest’area le potenze dominanti cercarono di costruire un nuovo ordine, basato sull’eliminazione fisica dei gruppi dirigenti avversari e sulla rigida sottomissione della popolazione, costretta a un lavoro di tipo schiavistico. Nei confronti degli Slavi, considerati una razza inferiore, lo sterminio spesso colpì anche la gente comune e in particolare tutti quelli che non erano in grado di produrre ai livelli prestabiliti.

    La persecuzione più terribile riguardò però gli Ebrei delle nazioni occupate. Costretti in un primo tempo a vivere nei ghetti e progressivamente internati nei lager.

    L’accordo di non aggressione fra Germania e Unione Sovietica aveva frenato i Partiti comunisti nelle loro iniziative di opposizione ai regimi fascisti, ma con la rottura del Patto Molotov-Ribbentrop e l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica.

    Nella seconda metà del 1942 la situazione militare si rovesciò quasi completamente.

    Nel maggio-giugno 1942 gli Americani sconfissero per due volte i Giapponesi passando all’inizio del 1943 alla controffensiva.

    Nell’autunno del 1942 il generale britannico Montgomery ottenne una grande vittoria a el-Alamein, in Egitto, costringendo alla ritirata le truppe italo-tedesche. Parallelamente altre forze alleate sbarcarono in Algeria e in Marocco, chiudendo tra due fuochi l’esercito dell’Asse e obbligandolo alla resa nel Maggio 1943.

    Si apriva così la strada per una riconquista da sud dell’Europa. In Russia l’esercito tedesco, giunto dinanzi a Stalingrado iniziò nell’Agosto del 1942 il tentativo di conquistare la città, che però resistette, nonostante i terribili bombardamenti chela resero praticamente al suolo.

    Dopo essersi assicurati il controllo del Nord Africa, gli Alleati il 10 Luglio 1943 sbarcarono in Sicilia e s’impadronirono in poche settimane dell’isola. Per il regime fascista, già indebolito dalle molte sconfitte, fu il colpo di grazia. Del resto anche all’interno del Paese stavano emergendo chiari segni di sfiducia e di aperta opposizione, culminati nei grandi scioperi operai che, partendo da Torino, nel Marzo 1943 si erano allargati a tutto il Nord Italia.

    A rovesciare il fascismo fu un accordo tra molte delle forze che fino ad allora l’avevano sostenuto: il re, buona parte degli alti comandi militari e parecchi degli stessi gerarchi fascisti. Il tentativo era quello di uscire da una guerra ormai perduta e di salvare la monarchia e un governo conservatore, togliendo però di mezzo Mussolini.

    Questi, il 25 Luglio, in una riunione del Consiglio del fascismo fu messo in minoranza, costretto a dare le dimissioni e arrestato. Al suo posto il re nominò nuovo capo del governo il maresciallo Badoglio, che avviò immediatamente trattative segrete con gli Alleati per ottenere l’armistizio.

    La caduta del fascismo fu accolta dalla popolazione con grandi manifestazioni di esultanza, sia per il ritorno alla libertà sia soprattutto perché si pensava erroneamente a una prossima fine della guerra.

    L’armistizio fu firmato il 3 e reso noto l’8 settembre, ma i Tedeschi, che prevedevano questa mossa, avevano già provveduto a rafforzare la loro presenza in Italia e a occupare il Centro-Nord con il duplice scopo di sostituirsi agli Italiani nel frenare l’avanzata degli Anglo-americani.

    Il 12 Settembre 1943 Mussolini venne liberato dai Tedeschi e, pochi giorni dopo, costituì nell’Italia centro-settentrionale, occupata da questi ultimi, la Repubblica sociale italiana, chiamata comunemente repubblica di Salò dal nome della città sulle rive del battere un doppio nemico: i Tedeschi invasori e i loro alleati fascisti italiani, chiamati con il titolo dispregiativo di repubblichini.

    I nazifascisti rispondevano con spietate rappresaglie spesso anche contro la popolazione civile, colpevole di aiutare o semplicemente di non combattere i partigiani: interi paesi vennero bruciati e gli abitanti torturati e uccisi. La strage più tremenda avvenne a Marzabotto, in Emilia, dove furono massacrate oltre 1800 persone, tra le quali 200 bambini.

    Al Partito comunista italiano che aveva continuato a vivere nella clandestinità, si aggiunsero il Patito d’Azione fondato da Giustizia e libertà nel 1942, e i risorti partiti socialista, liberale e popolare. Tutti assieme diedero vita al Comitato di liberazione nazionale.

    Da principio non mancarono attriti con la monarchia e il governo di Badoglio, ritenuti corresponsabili della dittatura e della guerra. Ma presto i contrasti furono superati per iniziativa di Palmiro Togliatti, leader dei comunisti. Al suo ritorno in Italia, dopo vent’anni di esilio a Mosca, egli propose di mettere momentaneamente da parte ogni contrapposizione con il re e con Badoglio e di unire tutte le forze per la sconfitta definitiva dei nazifascisti. Nacquero così dei governi di unità nazionale con la partecipazione di tutti i partiti del CLN.

    Il 4 Giugno del 1944 fu liberata Roma e nell’estate l’avanzata degli Alleati aiutati dai partigiani che colpivano con azioni di guerriglia il nemico, raggiunse il confine tosco-emiliano. Per l’Italia settentrionale si dovette attendere ancora quasi un anno: il 25 Aprile 1945. Tre giorni dopo, Mussolini, catturato mentre cercava di fuggire in Svizzera, venne fucilato dai partigiani.

    Nell’estate del 1943, sul fronte russo iniziò l’avanzata sovietica, che progressivamente riconquistò tutti i territori perduti.

    Intanto fra il 28 novembre e il 1° dicembre 1943 si svolse a Teheran, in Iran, una conferenza tra il presidente americano Roosevelt, il dittatore sovietico Stalin e il primo ministro britannico Churchill, che cominciarono a discutere il futuro assetto dell’Europa. Inoltre decisero di attaccare la Gemania anche da ovest, mediante un massiccio sbarco di truppe in Francia. Lo sbarco in Normandia iniziò il 6 Giugno 1944.

    A fine Luglio gli Alleati sfondarono il fronte tedesco e a settembre la Francia era quasi completamente liberata. Seguirono bombardamenti massicci su tutta la Germania, allo scopo non solo di distruggere le industrie e le vie di comunicazione, ma anche di abbattere psicologicamente il popolo tedesco.

    Hitler continuava a sperare che l’alleanza tra le potenze capitalistiche e l’Unione Sovietica, prima oo poi, si sarebbe spezzata. Invece essa fu ribadita nella Conferenza di Yalta, sul Mar Nero che vide radunati nuovamente Roosvelt Stalin e Churchill. In tale occasione si tornò a parlare del futuro assetto politico mondiale ed europeo in particolare e si diede avvio al processo che avrebbe portato il mondo a divertirsi in due zone di influenza: una americana e una sovietica.

    Nel frattempo era cominciata l’offensiva finale, che in pochi mesi portò Sovietici e Anglo-americani ad accerchiare Berlino. Il 30 Aprile Hitler si suicidò nel bunker in cui aveva trasferito l’ultima sede del suo governo. Il 7 Maggio fu firmata la resa della Germania.

    Rimaneva aperto un unico fronte in Estremo Oriente dove la classe dirigente giapponese decise di continuare da sola la guerra, sebbene apparisse ormai inevitabile anche qui la sconfitta.

    Il nuovo presidente americano Harry Truman decise allora di utilizzarva arma, appena creata dagli scienziati: la bomba atomica.

    La terribile decisione fu determinata da due motivi: in primo luogo costringere il Giappone alla resa in tempi brevi con un’arma devastante; in secondo luogo rendere ben chiaro al mondo gli Stati Uniti erano la massima potenza mondiale, proprio grazie al possesso di un’arma che rendeva impossibile alle altre nazioni una guerra contro di essi.

    Gli obiettivi prescelti furono le città di Hiroshima nel 6 Agosto e Nagasaki nel 9 Agosto.

    Gli effetti furono: la distruzione totale delle due città, quasi 200.00 morti immediati, migliaia di feriti che morirono ad anni di distanza per le radiazioni, le quali resero inoltre inabitabili per parecchio tempo vaste aree.

    Il 2 settembre fu firmato l’armistizio anche con il Giappone.

    Con questo atto si concludeva in modo definitivo la seconda guerra mondiale.