Materie Scolastiche

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    Demoni Mitologici – Chi sono i Demoni Mitologici – Informazioni sui Demoni Mitologici

    Già nei primi secoli del Medioevo si era affermata la tendenza a trasformare alcune divinità pagane in demoni.

    Lo stesso aspetto attribuito tradizionalmente ai diavoli (le corna, la coda, le zampe di capro) deriva da quello del satiri, creature semidivine, di aspetto metà umano e metà bestiale, associate al culto di Bacco, sensuale dio del vino, e perciò immediatamente attraente dai cristiani nella sfera del peccato, mentr eil forcone brandito dei demoni pare derivare dal tridente di Nettuno, Dante si pone in questa tradizione quando sceglie, come guardiani infernali, alcuni personaggi del mitico classico: Caronte nel III Canto, Minosse nel V, Cerbero nel VI, Pluto nel VII, legias nel VIII, le tre Furie (Megera, Aletto, Tesifone) e Medusa nel IX, i Centauri nel XII, le Arpie nel XIII, erione nel XVII.

    Tuttavia, egli ha anche presente la letteratura latina: Caronte, Minosse, Cerbero e Gerione, infatti, compaiono già nell’Eneide di Virgilio con un ruolo analogo a quello che attribuirà a loro Dante. che cambia decisamente, tuttavia, è la rappresentazione di quelle stesse figure: severe e terribili nel poema latino, esse acquistano nella Commedia marcati tratti comico-grotteschi (confermati m del resto, dallo spaventoso ritratto di Lucifero). Anche le Arpie, esse pure già presenti nell’Eneide, assolvono a un compito terribile e macabro straziare i suicidi mutati in piante), sebbene senza tratti comici. I Centauri invece, rappresentano una sorta di eccezione pur colpendo con le loro frecce i violenti, conservano un’insolita fierezza e nobiltà. Anche nella rappresentazione dei demoni mitologici, insomma, Dante realizza un’originale fusione di tradizione colta e spirito popolare, ossequio al modello virgiliano e creazione personale.

     

    I Sette Peccati Capitali – Informazioni sui Sette Peccati Capitali

    Secondo la teologia cattolica, il peccato è un’offesa a Dio, alle leggi che egli ha posto nel creato (quindi, ai dieci comandamenti impartiti al popolo di Israele tramite Mosè). Alla stessa dignità dell’uomo. esistono peccati venali, cioè perdonabili, e peccati capitali, cioè mortali (allo stesso modo in cui si dice pena capitale): Il numero di questi ultimi venne fissato in sette da Papa Gregorio . Essi sono la superbia, l’invidia, l’avarizia, l’accidia, l’ira, la gola e la lussuria. La scelta del numero non è casuale, in quanto esso designa nella Bibbia pienezza ed esaustività (sette, per esempio, sono i giorni della creazione del mondo). La serie conclude quindi il novero delle colpe peggiori. La superbia è il più grave dei vizi ed è all’origine di tutti gli altri. Di essa, si macchia Lucifero, il più bello degli angeli, ribellandosi a Dio, ma anche Adamo; entrambi, infatti, ebbero la presunzione di potere essere pari al Creatore e infransero i suoi divieti. L’invidia va intesa anzitutto come odio per il prossimo; l’avarizia, è, più che puro composto della generosità (o, come si diceva nel Medioevo, della liberalità), l’avidità, l’accidia e la tepidezza nel seguire il bene, una sorta di colpevole pigrizia morale; l’ira implica l’incapacità di dominarsi, la gola la ricerca smoderata di cibi e vini (comprensibile, se si pensa che il bisogno e la penuria hanno dominato la storia dell’umanità in Occidente, sino alla metà del secolo scorso); la lussuria è il vizio legato alla sessualità, sganciata dai suoi fini strettamente procreativi. Nel pensiero scolastico, e, in particolare, in sa Tommaso d’Aquino, il peccato ha un’origine razionale, poiché ogni creatura cerca naturalmente quello ce crede il proprio bene, il vizio coincide in un’errata identificazione di quel bene. In questo modo, il peccato può essere corretto dalla ragione, e per questo viene giustamente punito. Al peccato si oppone la virtù, definita, sulla sorta di Aristotele, come giusto mezzo: ogni peccato è, comunque, un eccesso. Occorrono tuttavia le virtù per resistere alle tentazioni che il demonio pone sula strada dell’uomo, nel tentativo di dannare a sua anima.

    La società contemporanea ha messo in crisi queste nozioni. Nel sentire collettivo, i vizi capitali hanno perso molta della loro gravità: non sono più considerati manifestazioni del male al perdersi per sempre, né sono più visti come frutto della subordinazione dell’istinto alla ragione. In essi, si riconosce forme di malessere morale: l’accidia è diventata depressione, che si caratterizza come una perdita di adesione all’elemento vitale dell’esistenza: gli eccessi della gola possono dar luogo a forme di relazione patologica nei confronti del cibo, come nel caso della bulimia o dell’anoressia, ad essa complementare; anche l’ira può essere considerata, nei suoi eccessi, una forma di disagio psichico. La lussuria non è più considerata morale comune come un peccato, ma come una libera disposizione alla sessualità. L’unico peccato capitale che nella nostra società conserva ancora l’aspetto de male sociale è l’attaccamento al denaro, riconducibile all’avarizia, da Dante intesa proprio come avidità: esso è all’origine di tante ingiustizie, delle logiche di sfruttamento su cui regge buona parte dell’economia mondiale e non ultime, di numerose aberrazioni del comportamento degli individui all’interno degli organismi sociali.

    Bonifacio VIII

    Chi è Bonifacio VIII – Informazioni su Bonifacio VIII

    Benedetto Caetani, nato ad Anagni intorno al 1240, divenne papa nel 1294 col nome di Bonifacio VII. Proveniente da una potente famiglia nobile, studiò a Todi e a Bologna e intraprese brillantemente la carriera ecclesiastica. Venne eletto pontefice dopo soli dieci giorni dall’abdicazione di Pietro da Morrone, Celestino V. Si preoccupò subito di cancellare tutti i provvedimenti presi dal suo predecessoe; temendo poi che i cardinali francesi a lui ostili avrebbero potuto eleggere Pietro da Morrone come antipapa, decise di farlo arrestare e imprigionare nella rocca di Fumon, in Lazio, dove morì pochi mesi dopo.

    Ebbe una concezione teocratica del potere papale, analoga a quella di Innocenzo II: riteneva infatti che i sovrani e i regnanti italiani ed europei dovessero sottomettersi alla sua autorità spirituale e temporale, riconoscendogli un’assoluta supremazia. A questo proposito emanò nel 1296 la bolla Clericis laicos, con cui sanciva che i laici non potessero riscuotere le tasse dagli ecclesiastici, pena la scomunica.

    Filippo il Bello, re di Francia, si oppose con decisione a quel provvedimento, emanando una serie di editti; e il papa dovette scendere a compromessi con lui. Il papa, inoltre, era molto contestato all’interno della Chiesa.

    La contesa con Filippo il Bello si riaprì nel 1302 per l’emanazione della bolla Unam Sanctam, con cui Bonifacio II ribadiva con forza le teorie teocratiche. Il re di Francia inviò in Italia Filippo Nogaret, che fece imprigionare il papa ad Agni (1303). Bonifacio venne liberato dopo tre giorni, in seguito ad un’insurrezione popolare, ma morì pochi mesi dopo.

    Dante considera Bonifacio VIII uno dei responsabili della definitiva rovina di Firenze: il papa, infatti, si intromise con prepotenza nella contesa tra Bianchi e Neri, tentando di imporre in Toscana la propria supremazia. Nel 1301 inviò a Firenze Carlo di Valois, fingendo di voler riportare la pace tra le due fazioni; ma egli determinò la vittoria dei Neri, che esiliarono i Bianchi tra cui Dante. Per i poeta dunque egli è l’emblema della deriva delle istruzioni ecclesiastiche, corrotte e ormai lontane dalla propria missione spirituale.

    Attraverso una profezia, Bonifacio VIII compare tra i simoniaci, nel XIX canto dell’inferno.

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    Chi è Ciacco – L’identità di Ciacco non è del tutto chiara. SI tratta sicuramente di un fiorentino della generazione precedente a quella di Dante, di cui però non si sono rintracciate preise notizie nei documenti dell’epoca. Secondo alcuni commentatori antichi, si trattava di un banchiere; secondo altri, di un uomo di conte; secondo altri ancora, di un parassita, che viveva a spese delle grandi famiglie di Firenze in cambi dei suoi interventi di mediazione. E’ probabile, comunque, che avesse un qualche ruolo nella vita politica della città, Boccaccio fece di lui il protagonista i una delle novelle del Decameron, ritraendolo come un cortigiano arguto: non sappiamo se derivasse questi spunti solo dalla Commedia, o se avesse altre fonti indipendenti. Anche il nome è soggetto a interpretazioni diverse. Ciacco deriva dal francese Jacoques o dall’italiano Jacopo (o Giacomo), di cui p l’abbreviazione, ma “ciacco” significa anche porco (sebbene non si abbiano attestazioni di questo uso prima di Dante), non chiara all’allusione al vizio della gola.

    Riassunto Canto Inferno 6 – Riassunto Canto Inferno 6 di Ciacco

    Dante, svenuto di fronte a Paolo e Francesca, rinviene ora nel terzo cerchio: qui una pioggia eterna e sforzante punisce i gelosi, sorvegliati e tormentati dal mostruoso Cerbero, un cane a tre teste. I dannati stanno stesi a terra, cercando inutilmente un riparo. Uno di essi si rivolge a Dante, che però non lo riconosce subito: è Ciacco, uomo politico fiorentino della generazione precedente alla sua. Il poeta si rattrista per la sua sorte e per le lotte che dividono la loro città. Ciacco profetizza allora la cacciata prima dei Neri, poi dei Bianchi, osteggiati anche da papa Bonifacio VII. La sua diagnosi su Firenze è piena di amarezza: superbia, invidia e avidità sono le cause dei suoi mali. Dante chiede allora che ne è di altri personaggi illustri della vecchia Firenze, come Farinata degli Uberti: sono tutti all’inferno, duramente puniti. A quel punto, lo spirito si rifiuta di parlare ancora e ricade a tera. Non si rialzerà prima el giorno del giudizi. Dante chiede quindi alla sua guida se, allora, i dannati soffriranno più o meno di ora: e Virgilio spiega che le pene si accresceranno, perché gli spiriti riacquisteranno il corpo. I due poeti, continuando a camminare, scendono così nel quarto cerchio, sorvegliato da Pluto.

    Significato di Pio – Significato di Pio in Dante

    Pio vuol dire, in Dante, “pietoso”. Nel significato oggi più diffuso prevale un valore strettamente religioso (è pio chi è molto devoto); e anche nell’aggettivo latino pius (da cui deriva piatas) è forte il senso di legame con la volontà degli dèi.

    Pius per eccellenza è, nell’Eneide di Virgilio, Enea, pronto a sacrificarsi per obbedire ai disegni del Fato Tuttavia, a una considerazione più attenta, anche la pietà di Dante rivela di essere parte di un dramma non solo umano e terreno. Nel canto di Francesca (come di fronte ad altri dannati), Dante è infatti diviso fra la compassione per le sventure delle anime, e per la consapevolezza che Dio le ha punite meritatamente Consapevole di questo conflitto, Virgilio ammonirà a Dante giusto nelle Malebolge.

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    Riassunto Canto Inferno 5 – Riassunto Canto Inferno 5 di Paolo e Francesca

    Dante e Virgilio giungono nel secondo cerchio dell’Inferno, dove Minosse, giudice terribile e inflessibile, assegna a ciascun dannato il luogo in cui dovrà essere punito. Il demoni vorrebbe fermare i due pellegrini, ma questi procedono secondo la volontà di Dio e assistono alla terribile bufera che trascina e tormenta le anime di coloro he peccrono di lussuria. Esse vanno come uccelli nel vento: Virgilio addita a Dnte personaggi dell’antichità e del mondo medievale, dalla regina Semiramide a Tristano Ma l’attenzione di Dante va agli spiriti ancora uniti di un uomo e di una donna e quando si avvicinano, li interroga sulla loro sorte. A parlargli è Francesca da Rimini, figlia del signore di Ravenna. Di lei si innamorò il cognato Paolo: il marito, Gianciotto, li sorprese e li uccise per tradimento. Di fronte alla pena e alla nobiltà di Francesca Dante è preso da un profondo dolore e le chiede come si sia resa conto di amare. Un giorno, Paolo e Francesca leggevano il romanzo di Lancillotto e Ginevra. Erano sol e la vicenda di quell’amore illecito (Ginevra era la sposa di Artù, signore di Lancillotto) li turbata. Esitavano, ma quando lessero del bacio che i due amanti si scambiarono, cedettero. La pietà di Dante per i due spiriti, condotti alla morte e dannati per sempre, è così alta che egli sviene.

    Riassunto Canto Inferno 4 – Riassunto e racconto del Canto dell’inferno numero 4

    Un terribile frastuono risveglia Dante, svenuto dopo il terremoto che ha colpito l’Antinferno, ed egli si ritrova sull’altra sponda dell’Acheronte. Virgilio appare pallido e preoccupato: Dante cade di nuovo preda dei dubbi e dell’angoscia nel vedere il suo maestro turbato. I due proseguono nel loro cammino fino a giungere nel primo cerchio: vi si trovano uomini e neonati che riempiono l’aria di sospiri. Si tratta del Libo, luogo dell’Inferno in cui si trovano le anime di coloro che non ricevettero il battesimo o che vissero prima dell’avvento del cristianesimo. Lo stesso Virgilio appartiene a questa schiera di anime, condannate a vivere in un perpetuo e inappagato desiderio di Dio, sebbene non siano macchiate di peccati in vita. Virgilio racconta a Dante della discesa di Cristo nel Libo, in occasione della quale liberò i patriarchi dell’Antico Testamento, come Adamo, Abele, Noè Mosè, Abramo, Davide, Isacco e Giacobbe.

    Nell’attraversare il primo girone i due pellegrini si imbatterono in un cerchio di fuoco, entro cui si trovano quattro dei più grandi poeti dell’antichità: Omero, autore dell’Iliade e dell’Odissea, Orazio, poeta latino noto nel medioevo per le sue Satire, e Ovidio, autore delle Metamorfosi, entrambi vissuti tra il I secolo avanti Cristo e il 1 secolo dopo Cristo, e infine Lucano, anch’egli poeta latino, vissuto alla corte di Nerone e autore della Pharsalia. insieme ai quattro celebri poeti, Dante e Virgilio giungono ai piedi di un castello cinto da sette cerchia di mura; in esso si trovano gli spiriti magni (grandi), cioè le anime di uomini illustri e virtuosi: tra essi, i condottieri Ettore ed Enea, Cesare, il filosofo Aristotele insieme a Socrate e Platone, Seneca, filosofo e poeta tragico latino, Averroè, filoso arabo, celebre per il suo commento alle opere di Aristotele.

    Chi sono i Dannati – I primi dannati sono sottoposti alla degradazione fisica e al disprezzo morale: torturati da insetti ripugnanti, nudi, atterriti, in atto di bestemmiare non possono suscitare nessuna pietà in chi li osserva. Tutto parla della loro colpevolezza. Per questo Virgilio esorta Dante a passare oltre, e per questo Dante, pur avendo riconosciuto, non ne fa il nome (sarebbe questo, attribuirgli un onore che non merita): Nella concezione dantesca dei doveri dell’individuo, gli ignavi appaiono come coloro che, in realtà, non hanno ai vissuto. Il al see d’Adamo ha rinnegato, peccando, la propria dignità umana. Così, ne Virgilio esplicita un giudizio irrevocabile, che allontana ogni partecipazione alla sorte delle anime prave, a Dante resta uno spavento angoscioso.

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    Chi è Caronte – Caronte viene ripreso da Dante insieme ad altri numerosi personaggi della mitologia classico dando loro una funzione demoniaca. In questo egli segue l’interpretazione dei Padri della Chiesa, che credevano che gli dèi pagani e i mostri mitologici non fossero altro che personificazioni del diavolo. Caronte è la prima figura mitologica che incontriamo nella Commedia, Secondo il mito, egli era una divinità dell’oltretomba, che provvedeva a traghettare le anime da una riva all’altra dell’Acheronte, dietro pagamento di una moneta.

    Diffusa era, infatti, l’usanza di mettere una moneta nella bocca dei morti, in modo che essi potessero pagare il traghettatore una volta giunti agli inferi. La fonte principale di Dante è il VI libro dell’Eneide, in cui Virgilio narra la discesa di Enea nell’Ade, regno dei morti pagano. Virgilio descrive Caronte come un vecchio con un’incolta barba bianca, gli occhi infiammati e un mantello sulle spalle. La caratterizzazione fisica del personaggio è dunque fedelmente ripresa da Dante. Ma mentre la scena virgiliana è statica e prevalentemente descrittiva, Dante conferisce all’incontro con il demonio un valore altamente drammatico: la descrizione del personaggio è subordinata al racconto dell’azione che egli compie. Dante porta in scena la furia del traghettatore, creando un quadro vivo, dolente e violento insieme.e